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ATTRAVERSO L’ARTE, visioni del mondo e modificabilità cognitiva

di Cecilia De Conti


 Il simbolo non è il rivestimento meramente accidentale del pensiero,

ma il suo organo necessario ed essenziale.

Esso non serve soltanto allo scopo di comunicare un contenuto

concettuale già bello e pronto ma è lo strumento

in virtù del quale questo stesso contenuto si costituisce

ed acquista la sua compiuta determinatezza.

Ernst Cassirer, Filosofia delle forme simboliche


La rivoluzione kantiana secondo cui l’attività conoscitiva non fa più riferimento al concetto di sostanza in quanto entità reale precostituita, ma piuttosto si concentra sui processi operativi della conoscenza, fa sì che la valenza gnoseologica primaria slitti dal prodotto del pensiero alla ‘funzione’ di questo stesso, rendendo il primo intelligibile solo alla luce dell’intera gamma di atti spirituali che hanno contribuito a determinarlo.

Ciò ha portato Ernst Cassirer (Germania, 1874 – 1945) a sostenere il primato dell’attività simbolica come elemento costituente della cultura umana, intesa nelle sue diverse forme (dalla conoscenza, al mito, alla religione, ecc); in accordo anche con quanto espresso nella citazione di cui sopra, tale attività ha virtù di fatto generative che costituiscono via via vere e proprie strutture concettuali autonome. In questo senso, la filosofia può ergersi a strumento critico dell’interezza delle produzioni spirituali umane, ovvero della civiltà il senso lato.

Tale impronta teorica venne accolta e fortemente sviluppata dal filosofo statunitense Nelson Goodman (1906 – 1998), che la sistematizzò e la applicò con puntualità alle diverse modalità espressive dell’uomo, approdando così a maturare un pluralismo radicale nel quale gli ‘schemi concettuali’ di Cassirer acquisiscono lo staus di veri e propri ‘mondi’.

 

“These themes – the multiplicity of worlds, the speciousness of ‘the given’, the creative power of the understanding, the variety and formative function of symbols – are also integral to my own thinking. Sometimes, though, I forget how eloquently they have been set forth by Cassirer, partly perhaps because his emphasis on myth, his concern with the comparative study of cultures, and his talk of the human spirit have been mistakenly associated with current trends toward mystical obscurantism, anti-intellectual intuitionism, or anti-scientific humanism. Actually these attitudes are alien to Cassirer as to my own skeptical, analytic, constructionalist orientation.”[1].

 

È da tenere presente che Goodman, quando parla di mondi, non fa riferimento ad una molteplicità di dimensioni possibili ciascuna singolarmente cogente ed autonoma, ma ad una quantità indefinita di mondi simultaneamente in atto.

Per comprendere a pieno il valore di questa prospettiva, bisogna tener presente che non ci si sta muovendo all’interno di una logica di stampo ontologico ma in una prospettiva di ordine costruttivista, secondo la quale l’essere umano genera continuamente nuovi frames, o visioni del mondo, attraverso l’unione delle sue facoltà analitiche (attribuire etichette, categorizzare, classificare, concettualizzare, ecc) e della sua capacità percettiva. In sostanza, la creazione di mondi non può essere prevista né per qualità né per quantità poiché dipende dall’infinito potenziale combinatorio dato dall’incalcolabile varietà del mondo sensibile e dall’estrema mutevolezza delle modalità percettive, emotive ed intenzionali della persona preposta a coglierla. Tutte le prospettive che in quest’ottica vengono prodotte possono a loro volta associarsi, combinarsi, fondersi e separarsi, ma mai coincidere o essere del tutto ridotte l’una all’altra, né essere condotte ad un’unica sotto o sovraordinata.

 

“The pluralists’ acceptance of versions other than physics implies no relaxation of rigor but a recognition that standards different from yet no less exacting than those applied in science are appropriate for appraising what is conveyed in perceptual or pictorial or literally versions.

So long as contrasting right versions not all reducible to one are countenanced, unity is to be sought not in an ambivalent or neutral something beneath these versions but in an overall organization embracing them. […] My approach is […] an analytic study of types and functions of symbols and symbols systems. In neither case should a unique result be anticipated; universes of worlds as well as worlds themselves may be built in many ways”[2].

 

Da quanto detto, si può ben comprendere il significato del nucleo teorico di Goodman secondo cui la formazione dei mondi attraverso l’attività simbolica è essa stessa processo di conoscenza: scoprire le leggi di un mondo equivale a scriverle; riconoscere determinati schemi è, a tutti gli effetti, inventarli e porli in atto. La sua frase, di kantiana memoria, che recita “la concezione (intesa nel senso di ‘formazione di concetti’) senza percezione è vuota e la percezione senza concezione è cieca”[3] non vuol dire altro che questo: che comprensione e creazione procedono all’unisono.

Alla luce di ciò, appare dunque evidente perché Goodman considerasse assolutamente sullo stesso piano arte e scienza, discipline che, secondo la visione tradizionale, sono quanto di più antitetico esista: per il filosofo americano, invece, esse sono parimenti modi di costruire mondi (Ways of worldmaking).

 

“Quando si pone al lavoro, l’occhio è sempre antico, ossessionato dal proprio passato e dalle suggestioni vecchie e nuove che gli vengono dall’orecchio, dal naso, dalla lingua, dalle dita, dal cuore e dal cervello. […] Esso seleziona, respinge, organizza, costruisce. Non tanto rispecchia, quanto raccoglie ed elabora […]. Ma la ricezione e l’elaborazione non sono attività separabili”[4].

 

Per questo un esperimento non potrà mai essere oggettivo né un quadro realmente realistico; e pur tuttavia ogni manifestazione della scienza o dell’arte posseggono una logica simbolica interna e coerente ugualmente valida che non ci fa semplicemente riprodurre l’oggetto d’indagine, ma ce lo fa ottenere.

Per Goodman la rappresentazione pittorica non è imitazione ma classificazione, non è una copiatura ma una caratterizzazione del soggetto dipinto: è un organizzare la realtà tramite lo strumento delle etichette (dei simboli); in buona sostanza, la persona – il pittore in questo caso – interpreta e ricrea una certa versione del mondo tramite il coglimento e il dare preferenza a certe relazioni piuttosto che ad altre.

 

“Una rappresentazione o descrizione è idonea, efficace, illuminante, sottile, suggestiva, nella misura in cui il pittore o lo scrittore coglie relazioni inedite e significative, e divisa dei mezzi per renderle manifeste. […] Mettere in rilievo nuovi elementi, o classi, oppure familiari ma con etichette di nuovo tipo o con combinazioni nuove di etichette note, può suscitare un nuovo modo di vedere. […] Il quadro – come un esperimento cruciale – porta un autentico contributo alla conoscenza”[5].

 

Quello che Goodman opera nei confronti dell’arte è quindi una vera e propria rivoluzione nel modo d’intenderla: non è più né una mera reazione emotiva né un semplice processo fisico di rispecchiamento, ma assurge al ruolo di relazione simbolica, relativa e variabile a seconda dei sistemi di rapporti e di nessi colti dal pittore[6].

Tale prospettiva ha più conseguenze di quante se ne possano immaginare: non solo il pittore si veste di un’aura più completa, più ‘giustificata’ in un certo senso, ma anche lo spettatore assume su di sé una responsabilità tutta nuova: né l’inesperto può più accontentarsi di reagire in maniera uterina ad un dipinto con un semplice ‘mi pice’ o ‘non mi piace’ – senza quasi saperne la ragione[7], né il critico può permettersi di giudicare l’opera secondo i canoni da lui appresi, poiché anche questi non sono altro che figli di un’epoca.

In realtà emerge un’istanza del tutto nuova: è necessario, per chi usufruisce dell’arte, porsi di fronte al quadro con occhi consapevoli, consapevoli delle loro esperienze e per questo capaci di accogliere il nuovo. L’opera diventa, a tutti gli effetti, occasione di conoscenza non nella limitante accezione ‘culturale’, ma nel ben più ambio senso di guadagnare una nuova prospettiva nel nostro modo di intendere le cose, una nuova visione del mondo.

Tuttavia sorge spontanea una domanda: Come? Come poter rendere gli occhi solerti nel riconoscere quelle nuove ed inedite connessioni, quali possono darsi nei geni artistici, che ci condurrebbero non solo a comprendere ma anche a creare nuova conoscenza?

Goodman qui si ferma: nei suoi scritti descrive e spiega i modi di formazione dei mondi, spesso attraverso dimostrazioni di logica formale, senza però arrivare a fornire strumenti veri e propri, che possano insegnare a creare nuove prospettive.

È evidente che per risolvere l’empasse non possa bastare una teoria che lavori sui contenuti, tanto più che secondo la filosofia di Goodman le visioni del mondo sono infinite, serve piuttosto un pensiero che indaghi quali siano i prerequisiti, per così dire formali, preposti al coglimento e alla creazione della conoscenza.

Qual è il denominatore comune che, abbracciando la possibilità stessa dei mondi, consente di produrre sapere? Che, in breve, permettevi utilizzare il linguaggio simbolico di cui Goodman stesso parla? È l’intelligenza.

 

“L’intelligenza è un processo di autoregolazione dinamica, uno stato che reagisce agli interventi interni ed esterni dell’ambiente. Come sistema aperto l’organismo umano risponde con immediatezza ad attività mirate al cambiamento e alla modificazione. Riteniamo che la modificabilità sia una condizione basilare dell’organismo umano”[8].

 

Questa idea di intelligenza è quella dello psicologo rumeno Reuven Feuerstein (Romania 1921 – Israele, ad oggi), fondatore dell’omonimo metodo per il potenziamento e la riabilitazione cognitivi, il quale giunge a formulare la teoria della Modificabilità Strutturale Cognitiva (MSC) unendo e sviluppando le concezioni psicologiche del suo maestro Jean Piaget e di Lev Vygotskij.

Uno dei capisaldi su cui si fonda la teoria della MSC è che l’essere umano sia frutto di una tripla ontogenesi: la biologia, l’ambiente socio-culturale e l’Esperienza di Apprendimento Mediato (EAM), ovvero il fattore umano. Il terzo elemento è ciò che contraddistingue in modo del tutto peculiare la teoria di Feuerstein e la rende totalmente nuova, superando le teorie dello sviluppo dello stesso Vygotskij: noi non siamo solo biologia, né è sufficiente aggiungere la variabile ambientale per comprenderci; è necessario inserire, invece, qualcuno ci insegni a cogliere gli stimoli che sono a nostra disposizione. “L’interazione necessariamente umana che entra in gioco nell’EAM è il mezzo indispensabile  per stimolare la propensione umana al cambiamento”[9] poiché educa la nostra intelligenza, le nostre facoltà di pensiero[10], a saper affrontare il mondo nella sua normalità ma, soprattutto, nei suoi cambiamenti.

 

“Nel descrivere il meccanismo  di adattamento dell’organismo umano, Freud (1924) distingueva tra risposte alloplastiche e risposte autoplastiche ai cambiamenti dell’ambiente. Nei nostri studi iniziali trovammo questi concetti euristici ed utili. […] Di fato le risposte alloplastiche efficaci si limitano a quelle situazioni in cui è possibile modificare l’ambiente. In molti casi, tuttavia, è l’individuo che deve adattarsi alla realtà esterna. Tali cambiamenti rappresentano un mezzo autoplastico di adattamento  e determinano uno stato di flessibilità interiore che rende l’individuo capace di misurarsi con improvvise e successive variazioni dell’ambiente. L’adattamento autoplastico dipende in grande misura dalla presenza di adeguati processi cognitivi e da un autonomo esercizio di controllo su quelle funzioni che rendono il sistema cognitivo flessibile e costantemente modificabile[11]. In termini di adattamento sono i cambiamenti autoplastici a svolgere un ruolo cruciale. I cambiamenti dell’ambiente esterno (alloplastici) possono essere più o meno rilevanti a seconda della capacità dell’individuo di metterli in atto attraverso l’autoadattabilità e lo sviluppo di processi verbali [quali la creazione di etichette], spaziali [quali la proiezione di relazioni], rappresentazionali [esplicate grazie a processi di confronto, categorizzazione, classificazione, identificazione dei dati rilevanti] e interiori [il cui materiale è l’esperienza e il bagaglio emotivo]. Tutto ciò è fortemente favorito dalla creazione e dallo sviluppo di strutture cognitive”[12].

 

Appare evidente quanta involontaria corrispondenza vi sia tra le parole di Goodman e quelle di Feuerstein, nonostante il linguaggio sia mutato da filosofico a psicologico.

Si torni allora alla domanda posta precedentemente: come fare per renderci più propensi a cogliere il nuovo, a individuare le intelligenti ed inaspettate relazioni che generano conoscenza, così da poter uscire dall’abitudine di schemi cui si è ormai assuefatti? Allenando il pensiero ad essere duttile, modificabile, recettivo: pronto al cambiamento e creatore di cambiamento. E come fare per rendere tale il pensiero? Facendo prova dell’Esperienza di Apprendimento Mediato che porta l’individuo ad utilizzare con naturalezza tutti quegli strumenti – le etichette per l’organizzazione, la classificazione, la categorizzazione, ecc. – capaci di costruire nuove versioni di realtà.

E quale mezzo migliore per dimostrare quale cambiamento possa avvenire nel nostro modo di affrontare le cose se non quello dell’arte? Un mezzo eccezionale dove già un uomo è stato capace di pensare al di fuori delle abitudini; dove già si ha davanti un nuovo mondo, una nuova conoscenza. Bisogna solo trovare la chiave per penetrarla .

 

Bibliografia

  • Nelson Goodman, Ways of worldmaking, Library of Congress Catalog Card Number 78-56364, USA 1978
  • Nelson Goodman, I linguaggi dell’arte, Il Saggiatore, Milano 2008
  • Reuven Feuerstein, Raphael S. Feuerstein, Luis Falik, Yaacov Rand, Il programma di arricchimento strumentale di Feuerstein. Fondamenti teorici e applicazioni pratiche, Erikson, Trento 2008

[1] Nelson Goodman, Ways of worldmaking, Library of Congress Catalog Card Number 78-56364, USA 1978, p. 1

[2] Ivi, p. 5.

[3] Ivi, p. 6.

[4] Nelson Goodman, I linguaggi dell’arte, Il Saggiatore, Milano 2008, p. 15.

[5] Ivi, p. 39.

[6] Si tenga ben presente che questo processo non è inteso come qualcosa di meramente intellettualistico, ma investe la persona sotto tutti i suoi aspetti, fisico, cognitivo, emotivo e sociale, proprio perché l’individuo è il risultato ti tutte le sue esperienze di vita.

[7] Goodman sosterrebbe che il giudizio in questi casi viene dato in base a quanto il mondo di relazioni del quadro è vicino a quello dello spettatore e dunque più facilmente leggibile.

[8] Reuven Feuerstein, Raphael S. Feuerstein, Luis Falik, Yaacov Rand, Il programma di arricchimento strumentale di Feuerstein. Fondamenti teorici e applicazioni pratiche, Erikson, Trento 2008, p. 45.

[9] Ivi, p.  68.

[10] È bene puntualizzare qui che sebbene la teoria di Feuerstein sia considerata strettamente cognitiva, in realtà è proprio il termine ‘cognitivo’ che va chiarito. Feuerstein distingue tra quelle che sono le funzioni cognitive proprie di un pensiero già in atto, che possono essere emergenti, carenti o normalmente attive, e le funzioni cognitive carenti, ovvero non ancora manifeste sotto nessun aspetto. Sulle prime si può agire tramite mediazione per favorirne lo sviluppo, per recuperarle o per rinforzarle; sulle seconde, invece, per indurle ad emergere è necessario andare ad agire primariamente sui prerequisiti dell’intelligenza che sono di ordine cognitivo, emotivo e sociale. Tali prerequisiti sono indissolubili l’uno dall’altro: al mancare di uno di questi le funzioni cognitive non si possono sviluppare correttamente. Non si commetta dunque l’errore di considerare il metodo come privo di attenzione verso tutto l’ambito sociale ed emotivo della persona. A testimonianza di ciò esistono interi strumenti di intervento dedicati alla formazione di tali prerequisiti nel caso manchino o facciano difetto.

[11] Si ricordi l’attenzione alle funzioni del pensiero e alla molteplicità di prospettive sul mondo delle filosofie di cui si è parlato.

[12] Reuven Feuerstein, Raphael S. Feuerstein, Luis Falik, Yaacov Rand, Il programma di arricchimento strumentale di Feuerstein, cit., p. 46-47.